Scegliere un nome non è mai una cosa facile. Un nome non è solo una parola: racchiude in sé un’identità, è la prima forma con cui ci si presenta e, in qualche modo, racconta una direzione.
Satya è tutto questo, per me.
E mi piacerebbe raccontarvi perché l’ho scelto e cosa significa.
La parola Satya può essere tradotta dal sanscrito come verità, autenticità, sincerità. Nella filosofia yogica è uno degli Yama indicati da Patañjali negli Yoga Sūtra, i principi che orientano il nostro modo di stare in relazione con gli altri e con ciò che ci circonda.
Satya, però, non parla soltanto della verità che diciamo agli altri. Parla anche della relazione che costruiamo con la nostra verità, con quello che siamo, sentiamo e riconosciamo come autentico.
Essere sinceri con noi stessi significa imparare a riconoscere ciò che desideriamo, ciò che ci fa stare bene e ciò che, invece, non ci rappresenta più. Significa avere il coraggio di guardare anche quello che preferiremmo non vedere, senza bisogno di giudicarlo, ma con la possibilità di scegliere, quando lo sentiamo necessario, di cambiare.
È da qui che nasce Satya.
La verità, prima di tutto, verso noi stessi
Spesso viviamo attraverso immagini, aspettative e confronti. Ci confrontiamo con gli altri, con i loro corpi, con le loro vite e con quello che pensiamo di dover essere. Interpretiamo ruoli, sviluppiamo abitudini e costruiamo immagini di noi che, con il tempo, possono diventare così familiari da sembrare la nostra identità.
Eppure, non sempre ciò che mostriamo o ciò che inseguiamo coincide con ciò che siamo davvero.
Per me, Satya è un invito a fermarsi proprio lì, in quello spazio in cui possiamo iniziare a guardarci con maggiore sincerità. Non per cercare una versione perfetta di noi stessi, ma per conoscerci meglio: riconoscere ciò che ci appartiene, ciò che è cambiato e ciò che forse non ci appartiene più.
Da questa consapevolezza può nascere sia l’accettazione sia il cambiamento. Possiamo imparare ad accogliere ciò che non possiamo o non vogliamo modificare e, allo stesso tempo, riconoscere ciò su cui possiamo lavorare per sentirci più vicini a noi stessi.
Ed è qui che il corpo entra naturalmente in questa ricerca, perché il corpo è uno dei luoghi in cui possiamo fare esperienza concreta di ciò che siamo. Attraverso il movimento possiamo accorgerci di come respiriamo, di come ci muoviamo, di dove siamo mobili e dove siamo rigidi, di ciò che ci viene naturale e di ciò che invece richiede più attenzione. Possiamo incontrare un limite, una difficoltà, una paura, una resistenza.
La pratica ci insegna a stare dentro quell’esperienza, con il corpo e con la mente, senza doverla necessariamente giudicare.
Essere consapevoli di un limite non significa considerarlo definitivo, così come superarlo non significa necessariamente combatterlo. Essere consapevoli significa prima di tutto riconoscere dove siamo, per poter capire dove possiamo andare. A volte il cambiamento arriva proprio così: attraverso piccoli passi, ripetuti nel tempo, senza forzare il corpo ma nemmeno rinunciare alle sue possibilità.
È questo uno degli aspetti che amo di più del movimento: può insegnarci a tenere insieme accettazione e trasformazione.
E per farlo abbiamo bisogno di presenza.
Non soltanto di una presenza fisica, quella che ci permette di sentire il corpo mentre si muove, ma anche di una presenza mentale. Essere davvero dentro quello che stiamo facendo significa accorgerci di come stiamo, di cosa sentiamo e di come reagiamo. Significa lasciare per un momento sullo sfondo il confronto con gli altri e prestare attenzione alla nostra esperienza.
Per questo a Satya il movimento non è pensato soltanto come esecuzione di una tecnica o raggiungimento di una forma. Piuttosto è uno strumento per sviluppare consapevolezza, ascolto e presenza, attraverso il quale corpo e mente possono tornare a dialogare.
Lo Yoga, il Pilates, il Reformer e le diverse pratiche che proponiamo hanno linguaggi differenti, ma condividono questa direzione: accompagnarci a vivere il corpo con maggiore attenzione, a comprenderne le possibilità e i limiti e a costruire, nel tempo, un rapporto più consapevole con noi stessi.
Uno spazio in cui sentirsi, non apparire
È anche per questo che ho immaginato Satya come uno spazio in cui non sia necessario arrivare già pronti, performanti o all’altezza di un’immagine.
Un luogo in cui poter iniziare da dove ci si trova, qualunque sia il proprio punto di partenza. In cui sentirsi accompagnati nella pratica senza perdere la propria individualità e in cui il confronto non sia con chi ci sta accanto, ma con ciò che eravamo prima e con ciò che possiamo diventare.
Un luogo piccolo e raccolto, dove la relazione con l’insegnante e con il gruppo possa permettere di sentirsi visti e allo stesso tempo liberi di vivere la propria esperienza. Perché credo che prenderci cura di noi non significhi soltanto stare meglio fisicamente. Significa anche imparare ad abitare il nostro corpo e il nostro tempo con maggiore presenza, concederci uno spazio in cui ascoltarci e, attraverso quella stessa consapevolezza, capire quando abbiamo bisogno di accogliere e quando invece possiamo provare ad andare un po’ oltre.
Vorrei che Satya diventasse questo per chi la frequenta: un luogo in cui tornare a se stessi, senza maschere e senza la necessità di apparire diversi da ciò che siamo.
Un luogo dove il movimento possa essere uno strumento per conoscerci, per sviluppare consapevolezza, per incontrare i nostri limiti senza esserne definiti e per scoprire, con il tempo, possibilità che forse non pensavamo di avere. Non promettere necessariamente un corpo diverso, ma aiutare a costruire un rapporto diverso con il proprio corpo.
È questo, per me, il significato di Satya.
Non la ricerca di una versione migliore di noi stessi, ma la possibilità di conoscerci abbastanza da riconoscere ciò che siamo, accoglierlo quando ne abbiamo bisogno e trasformarlo quando sentiamo che è il momento di farlo.